NaNo o non NaNo? Croce e delizia (enfasi su croce) del Lento Aspirante

Un luungo preambolo

Inauguriamo questa rubrica di lacrime e sangue arrivando subito al nocciolo della questione: fra le ragioni che hanno portato alla nascita di questo blog, c’è la necessità di documentare, gemendo e piangendo, il mio personale rapporto con la scrittura. Se proprio mi è permessa qualche metafora bersaniana, potrei dirvi che, da che io ricordi, mi sono sempre recitata interi paragrafi in testa, il punto è che, fra il dire e il fare, c’è di mezzo il lungo tragitto su una bici in fiamme, e pure senza sellino.
La mia dolorosa cronaca di aspirante parte, a dire il vero, dall’altroieri: mi sono accorta, troppo molto di recente, che fra un po’ scoccheranno i vent’anni dal mio ingresso nella subcultura delle fanfiction, che oggigiorno molto subcultura in realtà non è, e per cui occorrerebbero svariate rubriche atte a spiegare il perché e il percome, ma limitiamoci a quelle che sono le basi. Si definisce fanfiction quel genere di produzione letteraria, a scopo non di lucro, in cui un fan di qualcosa (manga, fumetti, libri, telefilm, ecc.) decide di scrivere storie su quella determinata serie, inventandosi un finale, cambiando gli avvenimenti, approfondendone altri, calando i personaggi in altri contesti, ecc… come potrete ben intuire, le declinazioni sono infinite, e seguono, ovviamente, la fantasia del fan suo autore. Qualcuno storcerà il naso al pensiero. Del resto, la domanda che verrebbe da porsi è perché muoversi nel solco tracciato da qualcun altro, invece che inventarsi personaggi propri? Nemmeno ci puoi guadagnare sopra!.
A seconda di come la vediate, la risposta che personalmente mi sale alla gola è perché sì. Non credo esista un vero e proprio motivo che esuli dall’amore per la serie tal dei tali. Dilungarsi sull’ambito non è, ripeto, lo scopo di questo post, ma il mondo delle fanfiction ha le sue convenzioni e le sue sfide: scriverne una non è l’operazione banale che può sembrare in apparenza. Fino a pochi anni fa, oltretutto, era estremamente sotterraneo e inaccessibile agli autori delle serie originali, ma l’evoluzione delle forme di comunicazione ha fatto sì che il fenomeno sia sempre più vicino alla superficie. Oggi come allora, però, è innegabile che questa forma di scrittura creativa raccolga intere comunità di fan che stringono legami fra loro ed esplorano se stessi, con il pretesto di scrivere su personaggi altrui. Alcuni dicono che molte fanfiction potrebbero tranquillamente fare concorrenza ad opere pubblicate, più di qualcuno autore pubblicato lo diventa davvero, ma non entrerei, almeno in questa sede, nel merito della questione.
Una cosa che posso fare, tuttavia, è darvi una risposta secondo quella che è la mia esperienza, perché le fanfiction sono un particolare ingranaggio dell’essere fan: la prima cosa che mi hanno donato sono dei rapporti umani non solo profondamente autentici, ma che sono subito passati sul piano del reale, durano ancora oggi e hanno profondamente modificato in meglio (il novantanove per cento delle volte, perlomeno) il corso della mia vita. Lato creativo e lato umano, in questo senso, sono sempre stati per me molto fusi insieme: scrivere fanfiction è un po’ un portare avanti una specie di retaggio collettivo che prende nelle maglie personaggi e situazioni; ti metti lì a fantasticare con le persone cui vuoi più bene e via, senza spiegazioni, tutti a ricamare su questo o quel personaggio che vi sta a cuore. Personalmente, la metto così: almeno fino alla fine della prima stesura, con tutto il rompimento di coglioni destinato a chi ti sta a sentire, il romanzo è un po’ un dialogo a tu per tu con te stesso, laddove scrivere fanfiction è un’esperienza che io ho sempre trovato estremamente corale. Oltretutto, si tratta di una forma di scrittura che placa una mia sete precisa, che non riesco del tutto a liquidare con voglio immaginarmi degli scenari alternativi per Sempronio. Certi personaggi, col passare degli anni, carichi del significato e delle amicizie che si portano dietro, diventano un contenitore in cui versi tutto, in una maniera molto simile a quando il personaggio è tuo in tutto e per tutto. Addirittura, forse, anche di più, perché scontrarsi con la visione (supposta, perché chi lo sa mai davvero) dell’autore originale porta all’apertura di prospettive sempre interessanti. Per tanti anni, (ma tanti, eh, tanti proprio assai), mi sono detta di non essere pronta o capace di scrivere personaggi non miei, e di portarmi dentro quelli altrui con maggiore affetto, e avevo ragione. Ma cosa succede, quando cominci a renderti conto che le cose sono cambiate?

Fare il Grande Passo

Lungi da me insinuare che quando passi a scrivere racconti tuoi sei finalmente cresciuto e ti dedichi (magari con quel po’ di spocchia che non guasta mai) “alle cose da grandi”. Le due cose, mortacci ai puristi, possono pure continuare a convivere felicemente. Per arrivare alla conclusione che io questo benedetto romanzo lo volevo scrivere ci sono voluti, nell’ordine:

Incrociare l’argomento per puro caso
Dieci anni di ricerche al riguardo, ad occhio e croce
Farci una tesi di laurea sopra
Una grossa dose di immedesimazione malsana
L’ansia di vivere
Il lockdown
IL LOCKDOWN

L’excursus con tutte le premesse ve lo risparmio volentieri. La cosa che mi preme, ora come ora, è mettere nero su bianco che quello che cambia non è tanto la qualità dello stile o la capacità di buttare giù una trama io c’ho sempre avuto problemi comunque, ma il cambio mastodontico di prospettiva e di proporzioni.
Improvvisamente, tu autore sei solo, in compagnia del tuo neurone, da sempre solo anch’egli, che ti bombarda di segnali impanicati e del tutto conflittuali fra di loro. Non più eredità condivisa di amici che ti vogliono tanto bene, che dividono con te vita, morte, miracoli, teorie e taglia di mutande della vita di Sempronio Cantalamessa, no. Mo’ sono cazzi tuoi.
Devi dirimere tutto nella tua testa: altro che Sempronio Cantalamessa, sei al punto che adesso la backstory è tutta in mano tua, NON STAI PIU’ PARTECIPANDO AL BUCO DI TRAMA. TU IL BUCO DI TRAMA VUOI FARLO FALLIRE. Del resto, borbotti fra te e te, hai passato anni e anni della tua vita a tapparne di abietti, ti trovi finalmente dall’altra parte della barricata, glielo fai vedere tu, come si scrive un bel tessuto coerente. Ciò che fingi di ignorare, e di cui ti accorgerai mentre metti giù il tuo abbozzo di schemino, tutto tronfio, è che DAL BUCO NON SI FUGGE. TIPO MAI*. E soprattutto, se le voragini ce le avevi con le fanfiction, ce le avrai pure adesso. L’amico con cui hai inventato trame su gente altrui per anni mo’ lo devi chiamare, se non altro per farti dire che stai facendo una cazzata. Solo che l’amico, il più delle volte, ti esclama che finalmente ti sei deciso. E quindi sì, cazzi tuoi mo’.
Con pazienza, però, s’impara a fare tutto. Niente panico.
A titolo personale, non è tanto imbastire la trama a spaventarmi profondamente, né la tremenda ansia di non riuscire a gestirla e fare un pastrocchio, ma la mole pazzesca di quello che devi scrivere. Io sono sempre stata una scrittrice lenta: lista della spesa, fanfiction, biglietto d’auguri, ‘sticazzi, non mi mettete fretta che non ce la posso fare, anche perché stavo qui a chiamare la rubrica Il diario del lento aspirante? Ora, io ho sempre ragionato, rifacendomi alla cultura anglosassone, che il fandom prende come riferimento, più in numero di parole che in cartelle: l’ho sempre considerata un’unità più oggettiva e soddisfacente, e continuo a rifarmici volentieri, anche se sono consapevole che dovrò adattarmi anche a “sistemi metrici” paralleli. La scrittura di una fanfiction ha dei tempi e dei punti di fusione diversi: che la backstory sia nota a tutti non è necessariamente un vantaggio. Al contrario, vero è che ti muovi su binari pretracciati, ma da quei binari non devi uscire: puoi farlo, ma con grazia e a determinate condizioni. A seconda delle varie situazioni, sgarrare è facile, spesso sgradevole, e porta all’esplosione di un sacco di meccanismi delicati. D’altra parte, backstory nota significa anche poter usufruire di una diversa connotazione di lunghezza e condensazione dei concetti… zanzan! Nel contesto di un tuo romanzo, che mannaggiaisanticometièvenutoinmente, tutto si dilata a dismisura: se eri lento prima, adesso veramente non ce la potrai fare. Il numero di parole, per fare uscire una scena dalla fitta lanugine del tuo cervello vuoto in maniera umana, lievita all’ infinito. È questo il mio insormontabile ostacolo. Dove vi è motivazione, però, per una volta tanto, vi è anche la perseveranza.
Per banale che sia, la mia lampadina si è finalmente accesa durante il lockdown di marzo 2020. Ridotta la mia frenetica (e sanguinosa, ma di questo parlerò altrove) corsa ai mezzi pubblici e al caos dell’ufficio, mi sono guardata attorno e ho pensato che forse il momento fosse giunto per tentare, nella vita, di fare qualcosa senza raccontarsi più cazzate: sapendo quale fosse il mio principale problema, la prima domanda che mi sono posta è quante parole devo scrivere, per scrivere un romanzo?
A quanto pare, ci sono diverse scuole di pensiero. Alcuni, ragionando in parole, ripartiscono così le varie tipologie:

romanzo: oltre 40.000 parole
romanzo breve: tra le 17.500 e le 40.000 parole
racconto lungo: tra le 7.500 e le 17.500 parole
racconto: sotto le 7.500 parole

Altri, secondo differenti stime che mi hanno gettata nel panico più totale, sostengono invece che la giusta ripartizione sia:

racconto breve: sopra le 7.500 parole
racconto: tra le 7.500 e le 18.000 parole
romanzo breve: tra le 7.500 e le 17.500 parole
romanzo serio: un minimo farlocco di 50.000 parole, che sono in realtà 100/110.000.

Aiuto.
Sopraffatta dagli eventi, mi sono detta che l’unico modo per affrontare tutto questo con motivazione è darsi a un piano strutturato e combattivo, e cosa c’è di più strutturato e combattivo del NaNoWrimo?

Cos’è il NaNoWriMo?

NaNoWrimo è l’acronimo di National Novel Writing Month: l’origine dell’iniziativa, che va avanti addirittura dal 1999, è evidentemente anglosassone, ma si è rapidamente diffusa a macchia d’olio fra gli aspiranti scrittori di tutto il mondo. Il writing month che viene preso in considerazione è novembre: l’obiettivo è, nel solo lasso di tempo che va dal 1 al 30 novembre, scrivere un romanzo di 50.000 parole, previa registrazione alla piattaforma ufficiale, che offre non solo supporto per chi si cimenta nell’iniziativa, ma anche un bel po’ di materiale motivazionale in inglese. Vince, sfidando se stesso, chi riesce effettivamente ad arrivare alle sospirate 50k o oltre. Nessuno ti controlla, sei tu autore a certificare il tuo andamento e a dichiarare la vittoria una volta raggiunta la soglia nei tempi previsti. Sebbene l’approccio classico sia quello di portare materiale progettato appositamente (il sito comincia a prendere vita verso ottobre, quando gli autori cominciano a imbastire il loro progetto, in modo da poter scrivere le ca. 1667 parole giornaliere per raggiungere la vetta senza troppi intoppi), in realtà è possibile “barare” portando un progetto già in corso, a patto che le parole già scritte non siano contate nella sessione di scrittura di novembre: da 0 a 50.000, devono tassativamente essere tutte nuove di zecca. Soprattutto negli USA, di norma si organizzano anche sessioni di scrittura in cui gli autori si incontrano fisicamente per scrivere tutti insieme, con tanto di word war: si imposta un timer e si scrive freneticamente. Allo scadere del tempo, vince chi ne ha scritte di più. Insomma, la parola d’ordine è scrivere come dei pazzi, il che può rappresentare un problema per chi, come me, era abituato a scrivere meno e in tempi più lunghi. Fortunatamente, per i deboli di cuore, esistono anche i Camp, che si tengono, rispettivamente, ad aprile e a luglio: il principio è identico, ma è l’autore a decidere il numero di parole, un inizio decisamente più soft per non spaventare i neofiti. Ho deciso, infatti, di cominciare a luglio con una mia soglia personalizzata, così da sgranchirmi e osare di più in futuro.

Come affronto il NaNo? Trucchi e risorse per Lenti Aspiranti

Facendo le cose per come le conosco! Da sempre, il mio primo passo per cominciare a scrivere qualcosa è appuntarsi un canovaccio della trama a mano, su qualche quaderno o diario comprato allo scopo, il che, nel corso degli anni, ha aggravato un mio fetish per raffinati articoli di cancelleria, che posso finalmente permettermi adesso che lavoro, dopo averli osservati per una vita con bramosia XD. Una volta che mi sono “raccontata la trama da sola” per iscritto, non è raro che io lo faccia di nuovo, dividendomela in capitoli. Se ci sono delle idee isolate più dettagliate, che rischio di dimenticare in corso di stesura, me le appunto nella maniera più particolareggiata possibile. Stephen King ha perfettamente ragione quando dice che i quaderni rischiano di essere un ricettacolo di cattive idee, dato che quelle buone ti rimangono nel cervello e sedimentano negli anni, il dettaglio verrà da sé… c’è da dire, però, che se io avessi la sua memoria, a quest’ora sarei ricca XDDDD, cosa che palesemente non sono. Fra l’altro, con delle tappe così lunghe ho scoperto che alcune piccole abitudini che avevo nello scrivere sul più breve periodo mi sono rimaste talmente attaccate da diventare piccoli riti.

1) la trama e i lampi di genio vanno, come ho già detto, rigorosamente segnati a mano da qualche parte
2) devo essere pulita, o quanto più fresca di doccia possibile: strofinando via la giornata, col profumo di sapone e di pulito, mi accomodo tranquilla. Idem per la casa, che però fa comunque quasi sempre schifo XD;
3) caffè e digiuno, oppure pasto molto leggero: salvo rare eccezioni, il cibo mi sale al cervello e me lo tappa.

Un’altra cosa per me assolutamente fondamentale è abbattere il panico da parola. Se l’obiettivo mi sembra insormontabile, ho paura persino a cominciare, non importa quanto impegnativo sia. Motivo per cui mi sono inventata un po’ di stratagemmi per ingannare il cervello e fargli credere di aver scritto molto meno di quanto non sia avvenuto in realtà ho dei problemi. Sinceramente, non pensavo avrebbe funzionato, eppure mi sta dando un sacco di carica, nonché di costanza, che è ciò che temevo mi sarebbe più mancato. Ho sfruttato qualche principio base di bullet journal, più un po’ di rispolverata di InDesign e un po’ di deficienza assortita.

Il bullet journal e “Scrivi, Imbecille!”

I bullet journal sono quaderni puntinati, spesso ad anelli e ricaricabili, inventati in tempi relativamente recenti per impostare un piano personalizzato della settimana, secondo delle convenzioni per quel che riguarda la codificazione utilizzata. Di solito, chi ne tiene uno cerca di essere il più creativo possibile nel decorarlo. Per quanto mi riguarda, nonostante l’abbia trovata da sempre una cosa estremamente curiosa, pianificare i giorni e fare liste stringenti mi mette addosso una marea d’angoscia e mi fa sentire compressa. Ho la mia bella agenda con le date per segnarmi gli appuntamenti, e l’agenda bella per segnarmi trame, idee, e appuntarmi le fonti storiche che mi servono, stop. Non me ne voglia chi tiene un bullet journal per il quotidiano, rispetto assolutamente i vostri sfoghi creativi ed è un giudizio assolutamente personale che riguarda me sola. Da persona che ha sempre badato moltissimo più all’importanza del testo nel suo concreto, più che a quella della forma esteriore oltre la copertina, mi sembra anche un po’ inane usare bellissime penne per decorare la lista della spesa… nonostante tutto il mio scetticismo, la curiosità mi è rimasta. Per cosa potevo usarlo, io, un bullet? Mi si è accesa la lampadina quando mi è stato detto che il formato con i puntini ti permette davvero di personalizzartelo al massimo, in tutti i sensi. In effetti era vero, ed eccomi quindi discesa in un lunghissimo tunnel. Infine, ho deciso di ingannare il mio cervello tirando fuori “Scrivi, Imbecille!”. Questa piccola griglia nasce da un giochino che facevo con me stessa, a mano: scelto il numero di parole, disegnavo un rettangolo, lo riempivo di insulti e lo dividevo in quadretti per il numero di giorni in cui volevo portare a termine l’obiettivo. Nelle varie caselle, scrivevo la quota risultante di parole per ogni giorno. Cifre decisamente più piccole, quindi. Ogni volta che toccavo l’obiettivo, ne barravo una, come se ci avessi attaccato sopra i bollini del latte: la mia soddisfazione diventava qualcosa di tangibile, vedere il progresso e poterlo toccare con mano ha decisamente funzionato. Soprattutto, in un momento di prima stesura, mi aiuta anche ad andare avanti quando non ho molta scintilla. Porzioni così piccole, inoltre, mi permettono anche di traguardare l’obiettivo molto prima del previsto e, di conseguenza, mi fanno guadagnare tempo. La versione carta e penna, nella sua invereconda bruttezza, mi ha fatto portare a casa risultati talmente insperati che ho deciso di proporvela qui, ad uso e consumo di tutti voi, in una veste molto più presentabile. State partecipando al NaNoWrimo? Avete una scadenza di scrittura stringente? State scrivendo la vostra fanfiction per il Big Bang Italia e avete le mani nei capelli? Lasciate che vi illustri come questo piccolo foglio di carta autoinsultante può trarvi in salvo. Potete scaricarlo cliccando qui. Il formato è A5, potete stamparlo, se volete, su un A4 e tagliare lungo le linee guida spero non in modo atroce come me.

Potete ritagliarlo male e incollarlo ancora peggio nel vostro bullet o quaderno. Volendo, potete anche provare a stamparlo sul foglio A5 del bullet, se la vostra stampante non vi sputa, come ha fatto la mia.

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Potete ritagliarlo male, forare il margine e inserirlo come una nuova pagina nel bullet, usando la parte bianca sul retro per piangere sangue!

Potete ritagliarlo male e inserirlo nella vostra agenda, nelle tasche dei pantaloni, nel panino, ovunque il suo monito vi possa ricordare che BASTA CAZZEGGIO!
Date un bel calcio alla vostra costanza anche voi XD vi prego di non linkare il singolo file altrove e di non togliere il watermark.

Non solo Word e derivati

Con i progetti così grandi, ho scoperto di non essere più in grado di scrivere linearmente: quando incontro un intoppo e ho in mente le parti successive, succede che mi precludo la capacità di scrivere tanto di quello che, al momento, mi verrebbe fuori più vivido, più naturale e più in fretta. Ho scoperto un mondo: esistono programmi a pagamento (come Scrivener) e gratuiti, come yWriter, che ti permettono di scrivere progetti grandi in un grosso “faldone” cumulativo, in cui gestisci la storia ripartita in singole scene, che puoi spostare, duplicare, attivare o disattivare, in modo da non restare mai completamente bloccato. A fine romanzo, lo si esporta in un unico documento che riunisce tutte le scene e i capitoli. L’interfaccia di yWriter non è granché, io gli preferisco, se non Word, una webapp di Astrohaus. Si chiama Sprinter e direi che fa bene il suo lavoro. È pensata come webapp in-cloud per chi possiede la macchina da scrivere 2.0 che producono, la Freewrite. Tanto bella, per carità, ma completamente fuori budget e fuori spazio, per me. Fortunatamente, la webapp, previa registrazione account sul loro Postbox, è aperto a tutti e sincronizza con Google.

Eh beh, direi che possiamo fermarci qui. E voi? Cosa avete in cantiere? Cosa scrivete? Userete lo “Scrivi Imbecille!”? Se sì, voglio assolutamente vederlo nei commenti!

* Vi farà piacere sapere che una delle Eterne Amicizie Dovute Al Fandom ha reagito all’articolo suddetto con saggezza: “Il tunnel non si esce, SI ARREDA! XD”. Nessun verbo è stato realmente maltrattato in questa sede.

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