Andrea Levy e il gelo di un’isoletta inospitale

“In England, the fabled Mother Country that they had learned so much about at school in Jamaica, my parents were poor and working class. They believed that in order to get on in this country they should live quietly and not make a fuss. They should assimilate and be as respectable as they possibly could. Clean the front step every week. Go to church on Sundays. Keep the children well dressed and scrubbed behind the ears. (…) They never discussed Jamaica with anyone. My mum would get embarrassed if she saw a black person drawing attention to themselves. It drew attention to her as well, and she hated that.”
—Andrea Levy, Back to my Own Country, in Six Stories and an Essay

I romanzi di Andrea Levy mi sono arrivati in faccia all’improvviso, come un mattone, nel momento in cui più ne sentivo il bisogno.
Ovviamente, come tutte le cose belle, li ho scoperti per puro caso, nel pieno di periodo di depressione che mi aveva ridotta a raschiare il terriccio sotto al fondo del barile: una sera di dicembre di un paio d’anni fa, un po’ immersa nella melma del mio spleen, un po’ convinta che le dita dei piedi mi sarebbero cascate di lì a breve, scartabello fra le ultime uscite TV e penso che, forse, tale The Long Song sarebbe stato una buona idea, se non altro per recuperare l’umana capacità di tenermi concentrata su un’attività per più di dieci secondi. Di certo, la sinossi prometteva non solo una produzione in costume di ottima fattura e un cast d’eccellenza (Hayley Atwell! Completamente irriconoscibile! Che interpreta la cattiva!!!! E quando mi ricapita?), ma anche perché il contesto storico è uno di quelli che non conosco, ma che avrei sempre voluto approfondire: il rapporto fra l’Impero Inglese e le sue colonie e l’abolizione della schiavitù nella prima metà del diciannovesimo secolo. Mi aspettavo, a dire il vero, una miniserie che mi propinasse, con la giusta gravitas, crinoline, patois e conflitti sociali più o meno sanguinosi, sorretti da nomi di attori blasonati. Quello che mi è rimasto dentro, alla fine della visione, era una specie di dolore sordo fra una costola e l’altra: avevo visto sì, un’ottima produzione piena di crinoline e di conflitti sociali, ma popolata di una sporca umanità che non avevo previsto, sporca uguale fra bianchi e neri, dove un evento storico come quello dell’intera sovversione di un assetto sociale borbotta sullo sfondo come un grosso calderone, come pretesto per raccontare una storia intensamente personale e senza tempo, intrisa di razzismo e indolenza, i cui strascichi sopravvivono ben intatti ancora oggi.

Ma non sono qui per parlarvi di The Long Song (non ancora), né tantomeno per spoilerarvelo: il dolore e il fastidio che mi ha rimesso sul petto in quelle tre fatidiche sere di visione hanno innescato in me una specie di risveglio. Il disagio che sentivo aveva poco a che fare sulla fattura di ciò che avevo guardato: la fattura era più che ottima. È stata proprio la cura con cui la serie è stata confezionata a rifilarmi sul muso la bruttezza umana, dipinta in tutta la sua verità, tanto che, un po’ vacillando per il colpaccio, mi sono subito chiesta chi fosse Andrea Levy, e come potesse essere il romanzo originale, se già il materiale televisivo mi aveva fatto una simile impressione… Conoscete la sensazione, no? Saggezza popolare dice sempre che il film è inferiore al libro, e se il film v’ha dato una tranvata di meraviglia sul naso, quasi quasi c’è da sperare che il libro sia brutto, altrimenti vi si fa l’anima a sashimi.
Comprato il corrispettivo cartaceo, mi interrogo dubbiosa per qualche giorno – lo leggo? non lo leggo? – e cedo infine alla vigliaccheria del mio cuore, tramutatosi di recente in un fragile ecosistema. La curiosità, tuttavia, persiste: l’altro romanzo collegato alla fama di Andrea Levy è Small Island, vincitore di numerosi premi letterari.
Ambientato nel 1948, narra la vita di due giovani coppie nello scenario di una Londra ancora coperta di macerie. Attirati dal canto di sirena della Madrepatria, che, bisognosa di braccia che quei palazzi li tiri nuovamente in piedi, li richiama a sé con una gran fanfara di promesse, una buona fetta di sudditi caraibici, prevalentemente giamaicani, arriva a Londra sulla HMS Windrush, aspettandosi di trovare accoglienza e rispetto in una Patria, un’altra isola, di cui hanno sentito per una vita racconti di finezza e civiltà. Una passeggera, Hortense, che scende la scaletta della Windrush per andare a vivere con suo marito Gilbert, si renderà presto conto che la realtà è ben diversa.
Per la prima volta dopo anni, la vividezza a tratti esilarante, a tratti drammatica, delle loro vicende, raccontata con una prosa corposa, realistica, mi fa sentire un “sapore in bocca” di cui avevo quasi dimenticato l’esistenza: la buona letteratura (laddove buona non è, e non deve essere, sinonimo di tecnicamente perfetta) ti dà la sensazione di addentare un frutto lucido e croccante, col suo peso, il suo profumo, il suo colore. «I miei romanzi non parlano soltanto di razza,» ha dichiarato la scrittrice, quando, nel 2005, Small Island le è valso il premio Orange. «Il punto nodale sono la Storia, le persone.»

Nel leggerla, non si può che darle assolutamente ragione: l’umanità ordinaria, sporca e rotonda che nei suoi libri traspare è quanto di più vero io mi sia mai trovata ad ammirare in qualità di lettrice. Umanità e razzismo, d’altronde, sono come il sale sciolto nell’acqua: è quasi impossibile parlare dell’una senza parlare dell’altro, in un mondo in cui ognuno di noi vive, comodo comodo, nella propria griglia di pregiudizi. A maggior ragione, parlare di quella che viene definita la “Windrush generation” è, per Andrea Levy, un bisogno autobiografico fortissimo, dato che i suoi genitori di quella nave sono stati passeggeri, e dell’abbraccio gelato di Madre Inghilterra hanno patito effetti che si sono ripercossi su tutta la vita della scrittrice: di pelle abbastanza bianca da far parte, in Giamaica, di una middle class il cui valore non è su base monetaria, quanto piuttosto su quello delle sfumature della pelle, non sono, al contrario, considerati “bianchi abbastanza” dagli inglesi, in barba a tutti i loro tentativi di uniformarsi. Le radici giamaicane di una giovane Levy non vengono mai considerate o discusse, da lei o dalla sua famiglia, che vive in silenzio, sul filo del rasoio, in un Paese che li attira a sé per poi farli vivere in un contesto di povertà ed emarginazione, dove l’assimilazione è questione di sopravvivenza sociale, un nodo tematico già ben visibile nel suo romanzo d’esordio, Every light in the house burnin’.

Nata, infatti, nei council flats (le nostre case popolari) di Highbury, nella periferia nord di Londra, il 7 marzo del 1956, non ha mai letto, da ragazzina: «Facevo parte della classe operaia, guardavo più che altro la televisione. A scuola, poi, mi dicevano che non sapevo la grammatica». La maggior parte delle sue energie giovanili le brucia nel tentativo di essere una buona inglese cui la Giamaica è indifferente: il razzismo che emerge dai suoi ricordi non è mai violento o eclatante, ma s’insinua a crepe sottili ovunque, e proprio per questo le occorreranno anni per chiamarlo col suo nome. Dopotutto, si è sempre ripetuta, assorbendo la scala di valori che fa parte del suo retaggio familiare, lei è bianca abbastanza, non si considera una persona di colore, nonostante le domande importune che le vengono rivolte – quando torni al tuo Paese? Perché mangi queste cose strane? Perché i tuoi capelli sono così? – le lascino in bocca l’amarezza di sentirsi respinta ed indesiderata. Le sue origini diventano motivo di odio e di vergogna. I Caraibi sono per lei qualcosa di astratto e lontano, come viene descritto in Never Far From Nowhere, il suo secondo romanzo, che descrive la vita di due giovani sorelle in un quartiere popolare di Londra. Figlie di immigrati giamaicani, ma nate con due sfumature di nero diverse, vivranno due vite uguali, eppure diametralmente opposte.
A 26 anni, mentre lavora part-time in un’organizzazione no-profit, Levy sta partecipando a un corso di sensibilizzazione sul razzismo insieme ai suoi colleghi. Quando viene chiesto a tutti i presenti di dividersi in due gruppi, bianchi e neri, lei non ha il minimo dubbio. «Mi sono incamminata dal lato dei bianchi. Paradossalmente, era quello in cui mi sentivo più a mio agio, tutti erano bianchi: miei amici, il mio ragazzo, i miei coinquilini, ma i miei colleghi la pensavano diversamente. Con mia sorpresa, mi scoprii reclamata dai miei colleghi neri. Esitando, riattraversai la stanza. Fu un brusco risveglio, che mi spedì a letto per una settimana.» Improvvisamente, Andrea Levy si trova a fronteggiare il problema di come incasellare la propria esperienza di vita. È una donna nera, ma non sente di possederne “le giuste qualifiche”, per citarla direttamente: come ricondursi alla comunità nera, quando le sue sfumature di bianco sono sempre state, nella sua famiglia, motivo per il quale considerarsene lontani? «Non era necessario andare spesso ai Caraibi, oppure avere dei genitori che di essere neri sono fieri, o ancora, degli amici neri? (…) [E]ro certa che sarei stata additata come impostora.»

È la scrittura a trarla in salvo, quasi per gioco: si iscrive ad un corso di scrittura settimanale tenuto dal Comune, e quello che era partito come un hobby prende ben presto dei contorni più seri e definiti, dato che la scrittura non è mai innocua, ed è, a mio avviso, sempre una cosa serissima, almeno per darci un’idea di chi siamo. L’ambito del corso è quello di scrivere di quel che si conosce. È così che Levy comincia a smuovere un terreno friabile e scomodo, per tirare le fila della sua identità. Afferra ben stretti i suoi «trascorsi familiari, la sua complicata relazione col colore della pelle», per rendersi conto che raccontarsi dipana il bozzolo coriaceo in cui si era sempre asserragliata; è la scrittura a srotolarle davanti le infinite possibilità che quelle origini, sempre taciute e disprezzate, possono farle raccogliere. Giunge ad una conclusione, complice anche un viaggio in Giamaica. Tutto quel «silenzio sulla Giamaica, quel torturarsi sulle sfumature di bianco, la vergogna, la negazione» sono parte integrante di quel che significa essere, oggi, una minoranza nera in un Paese di bianchi, con tutto il bagaglio di complicazioni e contraddizioni che ne derivano, e che Levy, scrivendo. rende con la levità e l’umorismo agrodolce di chi le conosce bene.

Gli unici romanzi, in tutta la sua produzione, ad avventurarsi lontano dalle radici profonde dell’autobiografia sono Small Island e The Long Song, ed è facile vederli come l’innegabile picco artistico di una romanziera che si è guadagnata con fatica il proprio riconoscimento, che le giunge tardi, quando è sulla soglia dei cinquant’anni e ha la sicurezza e l’abilità di abbandonare la comfort zone del quotidiano.
I romanzi precedenti al 2005 raccontano l’intero arco della sua esistenza, dall’infanzia e il rapporto con i genitori in Every Light in the House Burnin’, alla giovinezza in bilico di Never Far from Nowhere, fino al “brusco risveglio” raccontato in Fruit of the Lemon: è la sua protagonista, Faith Jackson, a trovarsi la terra bruciata attorno, in circostanze quasi identiche alla sua controparte autoriale. Se il fulcro di questi romanzi è il quotidiano, che del quotidiano ha i piccoli scossoni ed è lungi da un romanzo sincopato e pieno di colpi di scena, i libri di Andrea Levy sono impossibili da mettere giù, perché il senso di non-appartenenza e la ricerca continua di sé da cui prendono vita parlano la lingua non solo di una giovane arrabbiata nella Londra degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, ma quella di ognuna di noi, nell’affanno delle nostre personali inadeguatezze, in un gioco di specchi che ricorda da lontano The Bell Jar di Sylvia Plath. Ben protetta nell’incastro variopinto dell’autobiografia, Andrea Levy si nasconde e si rivela, senza tuttavia annegare nell’inaffidabilità del narratore e nel ripiegamento fine a se stesso, in un miscuglio irresistibile di amarezza, tenerezza e degradazione.
La seconda fase della sua carriera spicca il volo ad abbracciare la narrazione di più largo respiro, senza rinunciare alla gioia della prosa che la contraddistingue. Con sorprendente maestria nel riprodurre il linguaggio parlato, i suoi personaggi sono dipinti con qualche pennellata ben assestata, si cullano nelle loro illusioni per poi uscirne ben ammaccati, stuzzicano qua e là i lettore, prendendolo pure in giro, con una strizzatina d’occhio complice, ma sanno come e quando prendersi estremamente sul serio: la loro rabbia, la loro frustrazione, sempre sottese, prima o poi esplodono e ti si stringono alla gola come un cappio. Anche nei racconti brevi, come in Uriah’s War, i due protagonisti parlano l’inglese giamaicano che parlerebbero due ragazzotti in carne ed ossa, fuori da quelle pagine, senza che l’autrice si lasci indietro scorrevolezza ed eleganza, anzi: ogni dettaglio è al posto giusto, e una gestione davvero magnifica della narrazione, dei suoi pieni e dei vuoti, condensa in poche pagine una storia che commuove e lascia atterriti, ma che una risata sconsolata te la strappa, e vorresti averne di più, tipo un romanzo o due.

Immaginatevi il mio sgomento quando, a metà febbraio dello scorso anno, scopro che Andrea Levy è morta da qualche giorno, di cancro al seno, a sessantadue anni, dopo essersene goduti soltanto quindici di meritatissima fama. Ancora su di giri, nell’atto di divorare i suoi romanzi uno per uno, sono ripiombata sulla terra: la vividezza della sua voce ha cominciato ad avere un suono diverso, pesante di un’eredità indispensabile, in un clima politico come questo, fatto di Brexit e nuovi nazionalismi ottocenteschi (che uno spera sempre siano ammuffiti, poi ti guardi attorno e vorresti fuggire su Mercurio). Il Regno Unito si avvia verso una chiusura mai arrestatasi, inesorabile, ma mai marcata come adesso, in un tessuto che era già fortemente classista. Basti pensare alle ultime inchieste del Guardian, che hanno svelato un piano di strutturata emarginazione a danno dei figli della Windrush generation: l’inchiesta ha svelato un impiego ramificato ed aggressivo di mezzi tutt’altro che consoni, primo fra tutti il “rimpatrio” forzato, che si è protratto per anni. Il Windrush Scandal, scoppiato nel 2018, tutt’altro che chiuso, è una ferita profondissima, che mai come oggi fa sentire la comunità caraibica inglese come “figlia bastarda dell’Impero”, inadeguata ed indesiderata, per usare un termine di Andrea Levy.

Link & cose belle

Parte della bibliografia di Andrea Levy è edita, in italiano, da Baldini+Castoldi, ma mi risulta di reperibilità un po’ ostica: procurarsi i libri in lingua originale è molto più facile. Una cosa molto interessante è il suo audioarchivio postumo per la British Library. Potete trovare delle interviste molto brillanti sul Guardian, cui provengono le citazioni che vi ho tradotto, insieme a dei bellissimi obituary. Il sito ufficiale di Andrea Levy è qui.

… e no, non ho ancora letto The Long Song, sto cercando il coraggio, è l’ultimo libro suo che mi rimane, me lo sto tenendo come un bel dolce per i giorni di pioggia, ben sapendo che mi arriverà addosso come una clavata sull’alluce.

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