Filippo Parodi: bambini in fiamme, maghe, bocche scorporate e tanto altro ancora

foto © Filippo Parodi 2020

Avrete capito che i dossier letterari di questa rubrica sono il mio mezzo prediletto per parlare degli autori che mi colpiscono particolarmente. Oggi facciamo un passo avanti, e con gli autori cominciamo a chiacchierarci proprio, il che, soprattutto se l’autore è vivo, è un bel vantaggio! Per il primo ciclo di interviste destinate al sollazzo di voi venticinque lettori, in questo afoso pomeriggio milanese abbiamo con noi Filippo Parodi, classe 1978. Dai racconti dell’esordio, fino alle raccolte di poesia più recenti, tocca uno dei temi che più mi stanno a cuore: il corpo in tutte le sue sfaccettature.

J. Ho sempre trovato il tema del “corpo” e della sensorialità a lui annessa in letteratura non solo estremamente interessante, ma anche di un’importanza fondamentale. Viviamo in un periodo storico di relativo sdoganamento del corpo, ne parliamo liberamente, ma ne sento parlare molto poco in termini di tramite per rimetterci in contatto con noi stessi e con gli altri. Nella tua visione poetica, Pasolini, Saba e Pascoli, che del “corpo” ragazzino hanno fatto un perno, hanno una loro nicchia ben consolidata, mi sembra di intravedere. Sbaglio?

F. P. Fra questi tre immensi nomi, Pier Paolo Pasolini è quello a cui senz’altro mi sento più legato. A parte il fatto che da anni, con affanno insaziabile, ritorno alla visione del miracoloso capolavoro del cinema di ogni tempo “Il Vangelo secondo Matteo”, Pasolini, ritengo, fu tra coloro che seppero (con quel talento del tutto naturale e a pochissimi elargito) raccontare la bellezza della realtà. O mi spingerei a suggerire: la realtà della bellezza. A esempio di quanto appena affermato, cito uno stralcio da “Il libro delle croci”: “Ma soprattutto, nella finale fatalità del volo, l’anima vedeva sotto di sé, intorno a sé, dipinte dai raggi molli di un sole perduto nell’aridità del mare, forme sublimi di fabbriche: i muri di cinta, i cortili deserti, le tettoie tranquille, senza un rumore, o un colpo, o una voluta di fumo…”.

J. Di corpo in corpo, passiamo un po’ a parlare del tuo corpo letterario. Il tuo ultimo lavoro, “Flaming Child”, è, in teoria, la traduzione del tuo ultimo libro di poesie edito in italiano, “Per te soltanto, bambino”. In realtà, passando da una lingua all’altra, hai scelto di compiere una vera e propria riscrittura. C’è qualche aspetto interessante, in questa operazione, che ti piacerebbe condividere? Qual è il più grosso ostacolo che hai incontrato?

F. P. Ricreare la stessa musicalità delle poesie in italiano ricorrendo a un’altra lingua è stato l’ostacolo più grande, ma, allo stesso tempo, una sfida stimolante, che mi ha orientato sempre più verso un percorso di riscrittura, all’interno del quale si sono aperti dei mondi di cui non sospettavo l’esistenza. Potremmo dire che, finalmente, mi sono lasciato andare al gioco, abbandonando certe rigidità da cui penso sia difficile liberarsi quando si scrive nella propria lingua. Devo precisare che tutto ciò ha potuto prendere forma grazie al fondamentale contributo di Giancarlo Sammito, poeta, traduttore di lunga esperienza e soprattutto amico.

J. Cosa rappresenta, per te, la Maga di “Per te soltanto, bambino”?

F. P. La Maga rappresenta il tramite per accedere al regno della magia, dove per magia intendo la capacità dell’essere umano di riuscire a scovare l’incanto, la poesia nelle gabbie, peraltro apparenti, della quotidianità. Una figura, quella della Maga, per certi versi, dunque, mistica, ma anche terrena, tangibile: una madre, una complice, la psicoterapeuta che mi ha guidato nel processo di riappacificazione con il bambino interiore attraverso l’EMDR, un metodo clinico molto efficace e ormai piuttosto diffuso in Italia.

J. Alla luce della tua spiegazione, devo dire di essere rimasta molto colpita dalla dichiarazione d’intenti di Polimnia Digital Editions, che, citando Iosif Brodskij e la sua “immodesta proposta”, si auspicherebbe di “vendere la poesia in farmacia”, come mezzo di guarigione che aiuti o, addirittura, sostituisca la psicoanalisi. Io vedo un’analogia profonda con il confessionalismo. Ti senti un esponente della confessional poetry?

F. P. Mi sentirei onorato se qualcuno mi definisse un esponente della confessional poetry, specie se ci riferissimo ai tempi d’oro di Sylvia Plath!
Di sicuro, nei miei versi, c’è una perenne tensione al denudarsi, un aprirsi e raccontarsi molto spesso in prima persona. Oltre a un atto di confessione, credo ci sia però anche un volersi mettere ‘a disposizione degli altri’. Pur passando attraverso l’elemento intimo e autobiografico, tento, nel mio percorso di scrittura, di approdare a tematiche sempre più universali. Per esempio, parlando di “Flaming Child” e di “Per te soltanto, bambino”, il conflitto, ma pure l’ostinata ricerca di un dialogo tra l’adulto e il bambino interiore.

J. Tornando, invece, alla magia in senso un po’ più lato… la si può percepire ancora, in età adulta?

F. P. Sì! Anzi, riagganciandoci a Pasolini e alla mia Maga, oserei dire che soprattutto in età adulta si arriva a percepire in pieno la magia, se vogliamo, rispetto ai bambini, in una maniera ancora più libera e strabiliante.

J. “Il tuo corpo non è di nessun altro”, hai scritto ne “Il tuo corpo”. Oggi, che rapporto abbiamo, secondo te, con il possesso del corpo degli altri?

F. P. Ne “Il tuo corpo” l’affermazione “il tuo corpo non è di nessun altro”, più che una rivendicazione di indipendenza, era una lucida riflessione sulla solitudine e sull’impossibilità di una reale condivisione tra gli individui. Tornando alla domanda, l’idea di possedere un corpo altrui è oggi per me una chiara, illusoria follia. Qualcosa a cui nemmeno penso più, neanche quando vivo un rapporto sessuale. Prima, invece, il desiderio di possesso e soprattutto la convinzione che tale possesso potesse essere realizzabile, sono stati nella mia vita un costante motivo di euforia, alternato a faticose, logoranti fasi di afflizione. È poi più che probabile che, in futuro, questo scenario verrà a ripresentarsi… io, già del tutto inabile a gestire il mio corpo, ma che pretendo in contemporanea di farla franca sul corpo di qualcun altro!

J. Le bocche di Hans che appaiono nell’omonimo poemetto che hai incluso ne “La panchina senza angeli” sembrano essere le mille sfaccettature dell’animo umano, perennemente in conflitto fra di loro. Sono le tue?

F. P. Sono senza dubbio le mie sfaccettature e, allo stesso tempo, sono quelle degli altri. Mentre scrivevo “Le bocche di Hans” nutrivo infatti dal principio l’intenzione di provocare il lettore e di scuotere ben più di qualche animo. In parte mi auguravo che almeno una tra le numerose bocche narrate nel poemetto potesse riaccendere un vissuto o una memoria altrui, essere insomma non soltanto una bocca mia. In fondo anche qui una speranza di condivisione, l’utopia di tornare tutti quanti a formare un solo e unico corpo, e pazienza se ancora nevrotico, se per l’ennesima volta intrappolante!

J. Una poesia sul corpo non tua, ma che ti piace tanto?

F. P. Mi viene subito in mente un verso di “Candy Says” dei Velvet Underground: “I’ve come to hate my body and all that it requires in this world”. Trovo che queste parole così crude, spudorate, incarnino nel modo più esaustivo quella constatazione fondamentale che, nel bene e nel male, hanno fatto un po’ tutti, almeno una volta nel corso dell’esistenza.
Per concludere, sempre sul tema del corpo, voglio pure citare un breve passo tratto dal Salmo 38 di Davide che, nella sua disperata sincerità, mi sembra altrettanto poderoso e sorprendente in virtù della sua attualità: “Sono tutti infiammati i miei fianchi, nella mia carne non c’è più nulla di sano. Sfinito e avvilito all’estremo, ruggisco per il fremito del mio cuore.”

One thought on “Filippo Parodi: bambini in fiamme, maghe, bocche scorporate e tanto altro ancora

  1. Ciao Filippo, mi piacciono in questa intervista la passione e la disarmante sincerità, che si intuiscono come gli aspetti più veri del tuo carattere. La stella polare della tua poesia è l’aspetto miracoloso della vita, una luce da 10.000 Watt da cui ti fai trascinare avanti, ingegnandoti a diventare,anche tu, mago, perchè ti illumini senza bruciarti.

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