[Recensione] Octavia E. Butler – Kindred

Autore: Octavia E. Butler
Titolo originale: Kindred
Titolo italiano: Legami di Sangue
Formato: Kindle
Lunghezza stampa: 306 pagine
Lingua: Inglese
Editore: Headline (27 marzo 2014)
Prezzo: 3,99€
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© Octavia Butler & aventi diritto

Ho letto Kindred nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, con l’intento di tener su un gruppo di lettura improvvisato con le mie migliori amiche. Kindred è stato democraticamente selezionato per primo. Chi mi conosce sa che io ho una fissa: se mi metto in testa di fruire qualcosa di “classico”, che sia un libro, una serie tv o vattelappesca, sono in grado di schivare qualsiasi cosa possa raccontarmi la trama, giungendo a livelli di parossismo tali da sembrare un cavernicolo che abbia appena fatto capolino da una grotta. Vi dico soltanto che, alimentata dal sacro fuoco del “prima o poi devo vedere Star Trek, la serie classica”, sono stata in grado di arrivare al punto di non sapere chi fosse il Capitano Kirk. Tutto questo per dirvi che il fatto che questo libro fosse un caposaldo del genere sci-fi l’ho scoperto a lettura ben ultimata. Mi ha consolato sapere che anche i critici hanno avuto il loro daffare per dargli una sua collocazione a livello di genere, dato che, pur avendo l’aspettativa di trovarmi davanti un romanzo che ruota attorno ai viaggi nel tempo, sono stata completamente colta di sorpresa.
Siamo a Los Angeles, nel 1976. Dana e Kevin sono una coppia di scrittori appena trasferitisi nella loro nuova casa, e sono una coppia mista: lei è nera, lui è un uomo bianco di dodici anni più grande di lei. La storia ha inizio in un letto di ospedale: è da lì che veniamo subito a sapere che Dana ha perso il braccio in circostanze difficilmente spiegabili all’équipe medica. La giovane donna ha infatti il potere di scomparire, per riapparire in Maryland, negli Stati Uniti del Sud, nel 1815, nella piantagione di Tom Weylin, il cui figlio, Rufus, sembra essere indissolubilmente legato alle vicende della sua famiglia. All’inizio della vicenda, infatti, Rufus sembra aver stretto amicizia con Alice Greenwood, una bambina figlia di schiavi liberi che è la trisavola della protagonista. Ben presto, Dana scopre di essere richiamata all’improvviso nell’epoca di Rufus Weylin ogniqualvolta lui si trovi in pericolo mortale. Per contro, ogni volta che Dana, sottoposta all’esperienza mortificante e brutale della vita in piantagione, si trova a temere per la propria esistenza, viene rispedita nella propria epoca. Nonostante la permanenza di Dana nel 1815 duri ore, giorni, mesi, anni, nel 1976 non trascorrono altro che brevi lassi di tempo, nei quali, però, Dana è appesantita dalla vita dura cui è sottoposta nei suoi viaggi temporali, e tiene duro in attesa della nascita di Hagar, la sua discendente più prossima, nella speranza che l’evento interrompa la sua connessione col passato, una connessione che logora il suo rapporto con se stessa, con la memoria storica del passato, e con lo stesso Kevin.
La fantascienza qui si adatta come un calco di argilla a raccontare una storia della memoria americana che, soprattutto neli anni Settanta, era particolarmente pruriginosa. Kindred non è, infatti, un libro di facile lettura, e non ha la minima intenzione di esserlo. Lo stile asciutto, ridotto all’osso di Butler fa sì che la lettura scorra velocemente, ma ogni pagina girata è un tonfo al cuore, perché la piantagione Weilyn è un luogo di violenza animalesca, di arroganza, ricatto ed ignoranza, in cui Dana, che all’inizio si considera una spettatrice in una posizione privilegiata, si scopre, giocoforza, vittima, come schiava brutalizzata, eppure quasi passiva collaboratrice, quando le conoscenze della sua epoca la salvano dalla prospettiva di un regime ancora più impermeabile alla pietà e all’umano rispetto. Una volta assorbita dalla vita di schiava, cerca di resistervi con tutte le sue forze, ivi comprese la rassegnazione e la ribellione, senza dimenticare mai come i Weilyin, nell’essere uomini “del loro tempo”, restano quello che sono: degli schiavisti. Ciononostante, Dana condivide con Rufus un legame intimo, ambiguo ed inestricabile, ed è (esattamente come gli altri schiavi della piantagione, poco importa che siano effettivamente nati nel XVIII secolo) preda della sua indole generosa, eppure meschina, violenta e volatile: il “legame” del titolo è quello che divide con lui, ma, in contemporanea, con la memoria di sofferenza del suo popolo. Parte di questo legame è lo stesso trauma indelebile del viaggio nel tempo, che cambierà Dana irrimediabilmente. Non si tratta del solo trauma fisico, derivato dai soprusi e da una violenza sessuale endemica, minacciata o inferta, ma anche del trauma psicologico di una continua negoziazione al ribasso della propria umanità, in un contesto sbilanciato in cui una fazione ha su un’altra potere di vita o di morte.
È molto probabile (anzi, io ne sono certa) che la mia recensione non renda giustizia a un romanzo coriaceo e doloroso, in cui la fantascienza viene usata come strumento vivo per raccontare una memoria storica di oppressione e di sottomissione solamente apparente, nel tentativo disperato di chiedersi il perché della schiavitù. Non riesco a contare le volte in cui ho quasi pregato, mentre leggevo, che l’autrice commettesse qualche ingenuità per dare ai personaggi uno spiraglio di luce, ma Butler non sposta lo sguardo di un millimetro, e ci tiene la testa fissa sulla scena con tutte e due le mani, per mostrarci che, per ogni schiavista che brandisce uno staffile, esiste uno schiavo ha dovuto essergli sottomesso, senza per questo averlo fatto nei termini idilliaci descritti da Margaret Mitchell, e anzi che della sua vita cerca di recuperarne testardamente il possesso, con ogni mezzo: la stessa modernità di Dana, e la consapevolezza moderna di sé, è uno strumento che le permette di sopravvivere, ma non di sottrarsi completamente alle implicazioni della schiavitù per come erano dettate allora. A volte, tuttavia, questa stessa sensazione di ineluttabilità inficia un po’ la coerenza interna del personaggio di Dana, dato che diventa difficile capire, esattamente, perché non si ribelli a determinate situazioni, il che rende difficoltoso un certo inquadramento di caratterizzazione. Nonoatante questo, Kindred è scritto meravigliosamente ed è, per me, una scoperta letteraria assolutamente necessaria: la stellina sottratta al mio giudizio deriva dal senso di oppressione che mi è rimasto a fine lettura, di personaggi spinosi, grandi e terribili, che lottano come belve. Mi spiace, tuttavia, che il trauma di Kevin e della stessa protagonista non sia stato abbondantemente spiegato: probabilmente un centinaio di pagine in più avrebbero giovato alla cura di questo aspetto. Altra cosa che avrebbe giovato ad una maggiore longevità del libro è la spiegazione del paradosso temporale, di cui l’autrice, troppo presa dall’utilizzo del viaggio temporale come metafora, si è probabilmente dimenticata: strano, per esempio, che, una volta scoperta la provenienza di Dana, delle persone nate nel 1815 non gridino alla stregoneria, ma anzi accettino la cosa senza battere ciglio. In italiano è stato pubblicato con il titolo Legani di Sangue, nei primi anni Novanta da Mondadori, collana Urania, e successivamente da Le Lettere.

4 out of 5 stars (4 / 5)

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